Diario, capitolo 1

Mi e stato suggerito di iniziare a scrivere una rubrica per raccontare della mia casa e delle storie che hanno reso Villa Sofia un luogo speciale, nel cuore di queste colline protette dalle montagne. Un luogo magico, ad una manciata di chilometri dalla grande Milano.

Io, che ascolto sempre i consigli della mia più cara amica, ho deciso di seguirla e tentare di mettere per iscritto quanto capitato nelle nostre vite, che sono germogliate in questo luogo a me così caro.

Tentare di riassumere ciò che siamo stati e che siamo tutt’oggi, con un excursus temporum che parte da qui, dalla Brianza, e che passa come un fulmine tra Mosca e Damasco,  ammetto che non sia cosa facile: una ricerca della nostra identità, donne guerriere, dal punto di vista della seconda di tre sorelle.

Potrei parlare di feste, concerti, film, registi, poeti e intellettuali che hanno soggiornato a casa, ma la nostra storia è una storia speciale e, come tutte le cose belle, non si sa mai da dove cominciare: ecco perché partirò dal principio, da quando, un giorno di primavera, passando per caso dal piccolo paese di Sirtori, fummo ammaliati da un luogo che diventò ben presto la nostra casa.

Quella fu una domenica che inizio come molte altre: noi tre bambine in macchina con i nostri genitori, pronti a fare una scampagnata nelle colline non lontane dal’ hinterland milanese. Era la fine degli anni ottanta.

I miei genitori si persero, come spesso accadeva e, sprovvisti di navigatore, si trovarono casualmente a Sirtori, un piccolo paese dell’allora provincia di Como. Passando sulla via del Lissolo, davanti all’ingresso composto da uno spiazzo di ciottolato nero e bianco della villa, nostra madre ebbe una sorta di illuminazione.

Chiese di fermarsi immediatamente e, scesa dalla macchina, con il coraggio che spesso la contraddistingueva allora come oggi, senza alcun preavviso citofonò.

A risponderci fu la voce di un’anziana signora che inizialmente si rifiutò di aprirci il cancello. Non fu facile convincerla ma, poche e sagge parole bastarono farle intendere che si trattava di un evento straordinario: così, per qualche insolito motivo ci aprì il portone della sua esistenza.

Mamma capì immediatamente che quella sarebbe stata la casa della nostra vita.

Ci offrì dei biscotti al burro, mentre composta parlava con mia madre che sembrava incantata da quella donna cosi misteriosa con lo scialle sulle spalle.

Era una donna malinconica la signora Germana, forte e determinata. Il suo sguardo apparentemente dolce celava una rigidità interiore dettata da un’educazione votata al sacrificio e al duro lavoro.

Non scorderò mail il calore che ci avvolse la prima volta che facemmo la salita del parco e ci invitò ad entrare e fare un giro nella sua casa. Anche se non lo ammise mai, sono certa che stava aspettando proprio noi, Germana. Una famiglia allegra e bizzarra dagli sguardi proiettati verso il futuro, a discapito dei suoi che invece erano spesso tristemente rivolti verso un passato ormai andato, scivolato via.

Mia madre nel giro di un lungo e intenso pomeriggio le raccontò la storia della propria vita, dell’infanzia trascorsa tra la Croazia, l’Italia e la Russia, dei suoi progetti e dei suoi sogni, tra cui quello di poter crescere le sue figlie in un luogo magico come quello, circondato da natura e bellezza.

La sua indole intellettuale incontrò quella della signora Germana e ciò che successe quel pomeriggio cambiò il destino di quella che sarebbe stata la nostra infanzia.

Germana era pronta a offrirci la sua casa affinché potessimo viverla e gioire della sua immensa e straripante bellezza.

Andammo a vivere a Sirtori, in Villa Sofia, nell’ estate del 1989.

Continua…

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