Diario, capitolo 3

Non so quale fu il motivo scatenante. Non ho mai compreso la profondità della decisione di spostarci tutti a Mosca, ma un bel giorno mamma ci comunicò che ci saremmo trasferiti, senza se e senza ma. Era un settembre del 1991 e per noi allora fu una letterale tragedia.

Quella decisione fu decisiva e definitiva e ci segnò per tutta la vita. Oggi che sono passati più di venti e passa anni, la ringrazio per l’immensa opportunità che ci ha regalato.

Ricordo che passammo moltissimo tempo a preparare le valigie della nostra nuova vita. Comperammo cappotti pesantissimi e abbigliamento invernale: nulla sarebbe più stato come prima, lo si capiva dell’ aria.

Mosca negli anni ‘90 non era esattamente il luogo “migliore” per far crescere delle bambine italiane.

Grigio, asfalto, corvi, sporcizia, povertà, puzza. (Anche) questa era Mosca a quel tempo. Vista dagli occhi di una bambina viziata dalla vita era letteralmente una tragedia, non riuscivo a capirne il motivo, mi sentivo trascinata in un luogo ostile freddo triste e poco ospitale.

Vivevamo in appartamento stando attenti a non camminare in due nel corridoio che divideva il salotto da camera dei nostri genitori, perché non ci si sarebbe passati e qualcuno avrebbe dovuto fare marcia indietro. Le grandi finestre dalla quale entrava una luce  – sempre grigia – si affacciavano ad un quartiere desolato di una città che nulla pensavo mi avrebbe offerto. 

Ho sempre sperato che fosse una parentesi temporale e ho sofferto molto segnando sul calendario i giorni mancanti al nostro ritorno a Sirtori, il luogo che ho sempre considerato casa.

Sfoglio i miei ricordi come Rino Gaetano quando canta “Aida” e sorrido dolcemente al solo pensiero di tanta ingenua dolcezza, di quanti anni oramai son passati e di quanta malinconia hanno accumulato. Perché Mosca era malinconica nel vero significato del termine, quel tipo di malinconia che entra nelle ossa e che si sente con il naso oltre che con il cuore. Un infinito autunno in attesa dell’inverno.

Fummo iscritte alla scuola russa dove una delle sue migliori amiche, Oxana, faceva la direttrice. Una scuola fatiscente in un seminterrato di un edificio sovietico che affacciava su un parchetto triste e sgangherato dove i bambini, già da piccoli, seduti sulle skemeecke (panchine), mangiavano semini sputandone la buccia e fumavano sigarette con volti resi adulti e severi da una vita che di certo non era stata rosea come la nostra.

Perché in Russia nulla è facile, nulla è scontato e il freddo entra nelle ossa con il clima, ma anche con la Vita.

Ogni pausa in quella scuola era l’occasione buona per suonare a turno il pianoforte che era piazzato al centro dell’androne .

Quasi tutti gli studenti sapevano suonare il pianoforte o si dilettavano in passioni come la matematica, gli scacchi, la pittura. Affinare la propria specialità era un compito personale da perseguire con l’aiuto dello stato che, seppur con poche risorse, permeava la vita studentesca con quel senso di miglioramento costante verso sé stessi,  ideologia del culto della persona.

A distanza di anni vedo chiaramente l’intento proiettato su queste piccolissime attività quotidiane.

Di Mosca anni ‘90 ricordo gli orsi.

La Russia sapeva avere due volti: uno apparentemente morbido e l’altro potente e orgoglioso come la sua zampata. Quest’immagine la rappresenta molto bene e credo che possa essere un simbolo molto riconoscibile di quella terra e della sua gente.

L’abisso che separava le due categorie in Russia è sempre stato evidente.

L’odore dei luoghi della cultura russi, che vanno dal teatro alle gallerie d’arte, ma anche biblioteche e caffè letterari, profuma di legno ricoperto di vernice traspirante, forse puzza, ma incute rispetto e silenzio, perché la cultura è cosa seria e nessuno meglio dei russi lo sa.

Continua…

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