Diario, capitolo 4

Dopo una manciata di mesi alla scuola russa, fummo costretti a cambiare perché, non essendo riconosciuta dallo stato, avremmo dovuto studiare e fare esami ogni anno per non perdere gli anni scolastici italiani.

Così approdammo alla scuola del consolato italiano “Costanza Vinci” di Mosca, anno 1991. Li conoscemmo quelli che sarebbero diventati i nostri compagni di avventure Marco e Massimiliano, Pietro,  Daniele, Chiara, Giampiero e Alessandra, Letizia, Riccardo.

Furono anni belli quelli, fatti di magia, di pattinaggio sul ghiaccio al Gorkij park, di passeggiate in centro nei negozi Gum, di spettacoli del circo, di teatro delle marionette, di gatti acrobati, , di balletti a teatro.

Vi ricordate la fila chilometrica fotografata a Mosca davanti al primo Mac Donalds nell’anno 90? Noi eravamo li…. e abbiamo fatto la fila con tutto il resto del mondo, in quella grigia e piovosa giornata.

Un evento che potrà essere ricordato alla stregua della caduta del muro di Berlino . La Russia Post sovietica stava frantumandosi, il capitalismo stava mettendo i semi nella fredda e dura terra russa.

Questi erano i nostri passatempi in una città che da lì a poco avrebbe subito il più grande cambiamento epocale della storia.

Wikipedia scrive: nell’autunno del 1993 lo scontro fra istituzioni, per determinare i centri di potere dell’era post-sovietica e la natura delle riforme economiche, culminò in una sanguinosa crisi politica.

La tensione si alzò rapidamente e la crisi giunse all’epilogo dopo i disordini del 2 e 3 ottobre, durante numerose manifestazioni popolari di protesta contro le privatizzazioni e le liberalizzazioni. Il 4 ottobre El’cin ordinò alle teste di cuoio russe e ad unità d’élite dell’esercito di bombardare e assaltare il palazzo del Parlamento, soprannominato “Casa Bianca”. Con i carri armati schierati contro i difensori del parlamento, armati solo di pistole e fucili, l’esito fu scontato. Al termine di un duro scontro Ruckoj, Ruslan Chasbulatov e gli altri parlamentari asserragliati si arresero, venendo immediatamente arrestati e imprigionati.

Era l’ottobre del 1993 e a causa di questi fatti fummo costretti a tornare in Italia per qualche mese, visto che a quell’ epoca abitavamo di fianco alla casa bianca e una notte gli spari dei kalashnikov mandarono in frantumi le finestre della nostra casa, quelle esposte a pochi metri dal palazzo del parlamento.

Mosca non sarebbe più stata come prima, aleggiava un vento di forti cambiamenti per la Russia, ma anche per le nostre piccole vite.

I fatti per me si complicarono perché ricordo perfettamente il giorno in cui, seduta sul letto a sistemare in fila la mia collezione di sveglie, mi comunicarono che saremmo dovute tornare a casa, in Italia.

Il fatto è che, nel frattempo, contro ogni aspettativa, per me Mosca era diventata casa; le volte in cui tornavamo per le vacanze, riflettevo e mi stupivo di come oramai quel mondo italiano non mi appartenesse più.

Tornammo a casa: dovetti frequentare per qualche mese un liceo italiano nelle vicinanze di Sirtori, di cui non ricordo assolutamente nulla. L’unica salvezza di allora fu la mia storica amica Francesca, che nonostante le mie stranezze mi accettò sempre per quella che ero. Le devo tutt’oggi ancora molto.

In Italia iniziai a portare le trecce, per le quali venni spesso presa in giro a scuola. Ci vestivamo a modo nostro, strano forse, non eravamo integrate con il mondo che nel frattempo aveva fatto grandi passi in avanti e noi eravamo sempre diverse.

Furono anni difficilissimi quelli del Liceo Frisi di Monza, dove mi iscrissero per le superiori.

Gli anni del liceo di Monza erano frenetici e la mole di studio superava qualunque limite di sopportazione. Erano anni in cui feci delle belle amicizie che ad oggi conservo ancora: Carlotta, che oggi vive a Brugherio e gestisce “Idea Vino”, un’enoteca raffinatissima nel centro del paese eClaudia, ragazza siciliana molto pacata e tranquilla che oggi vive tra Dubai e Abu Dhabi e progetta ospedali per le migliori compagnie internazionali del mondo, Domenico e poche altre persone speciali..

Con lo spostamento a Merate in Brianza, dove terminai finalmente il liceo, arrivò l’amicizia di Sara, la mia più cara amica dal cuore grande e gli occhi più profondi del mare. Ma anche quella delle due Maddalena: la prima oggi ha tre figli e fa la ricercatrice; la seconda,pallavolista nell’ anima, oggi è in Spagna a fare l’architetto.

Una fondamentale occasione rendeva la mia vita speciale: andare da Augusta Biffi.

Donna saggia e morbida, dagli occhi azzurri, intrisa di amorevole saggezza, mi ha sempre letto nell’anima come se in una qualche vita passata fossimo state madre e figlia.

Lei era l’unica che sapeva guardarmi dentro, in ogni mio momento difficile, e farmi sentile speciale proprio perché ero diversa dal mondo, proprio perché disegnavo cavallini rampanti d’oro su battiscopa dipinti di nero.

Amavo andare da lei a dipingere uccellini su fragili ceramiche, mentre dentro vivevo il mare in tempesta di una vita assai complicata e tormentata da innumerevoli, piccole e allo stesso tempo grandissime, problematiche adolescenziali.

Andare a dipingere da Augusta era come un unguento balsamico per la mia anima.

Aveva diverse alunne nei suoi corsi per le quali stravedeva e che tutt’oggi ama come fossero la sua famiglia, ma io ho sempre saputo di essere la sua favorita e questo mi ha dato la forza per superare le mie difficoltà. Mi leggeva dentro e capiva il mio bisogno di quei momenti sacri per i quali ero disposta a farmi chilometri e chilometri anche da adulta. Per fortuna c’era Lei. So benissimo che in qualche altra vita lei è stata la mia mamma.

Furono anni complicati e frenetici anche perché, dopo la grave e lunga malattia di mamma, che la costrinse a stare a letto per ben tre anni, nel 2000 decise di fare un altro cambiamento nella sua vita: studiare la lingua araba.

Continua…

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