Diario, capitolo 6

Tornando un pochino indietro vorrei illustrare quali furono le circostanze che portarono mia madre in Medio Oriente.

Le nostre giornate a Sirtori erano scandite in modo regolare, scuola e studio andavano per la maggiore e mamma, che non era da meno, si mise a studiare alla ricerca di qualcosa che potesse dare un senso alla sua cultura filologica scaturitale a Mosca tanti anni prima.

Il mondo arabo le si aprì come un fulmine a cielo sereno e in un batter d’occhio si ritrovò catapultata un mondo completamente diverso dal proprio.

La sua testa tempo vagabondò in vari paesi, camminando solitaria nei deserti infiniti e perdendosi nel mondo scintillante della grande e antica Persia.

Iniziò a studiare dapprima con un insegnante italiana, poi a casa da sola in pochissimo tempo imparò a leggere e a scrivere in arabo classico: un anno dopo l’inizio del suo corso, fece il suo primo viaggio a Damasco. Era il 2001.

In quel momento capì che la sua vita non era finita tra le mura di una villa troppo grande per lei, ma che invece era solo iniziata.

Fu dura conciliare il dovere di madre con la sua indole fuggitiva. Lo si capiva dai suoi occhi.

Da figlia vidi mia madre trasformarsi come un fiore del deserto, ogni giorno, ogni mese, ogni anno.

Tutte le volte che tornava dai suoi viaggi aveva la valigia piena di tessuti, vestiti, oggetti, perle, lampade, essenze profumate e tornava piena di quella vita che attingeva solo in quel luogo così lontano.

In pochissimo tempo la nostra villa si trasformò nella casa delle mille e una notte.

Avevamo drappeggi rossi in veranda, cuscini gialli e verdi, tappeti orientali ovunque. Le abatjour vennero sostituite con oggetti antichi e sgangherati in ferro e bronzo dai quali pendevano centinaia di perline colorate. L’aspetto malinconico degli inverni russi che mamma si portava dalla sua vita precedente fece spazio ai colori mediorientali della sua nuova vita.

In veranda avevamo un narghilé blu, vasi e scodelle in rame, tutto sapeva di Oriente.

La casa stava assumendo la forma di mamma in costante cambiamento: divenne un luogo di salotto ove ricche mogli di imprenditori brianzoli ammiravano il coraggio di una donna che si spingeva così lontano e portava a casa tutta quella ricchezza in un territorio così acerbo di cultura.

Faccio una premessa.

Prima del viaggio in Oriente, mamma passò anche la fase di spogliare completamente la villa da oggetti e tende che all’epoca sentiva futili. Non avevamo più tende alle finestre perché in qualche modo forse si stava anche lei spogliando delle cose, svuotandosi come Stanislavskj dell’inutilità delle cose superflue, ma che solo apparentemente rivestivano solo la parte più esterna di noi, come i vestiti e come i gioielli. Lei voleva stare nuda.

In effetti dopo gli anni di svuotamento, evidentemente era pronta a riempirsi di nuova vita che riuscì a scovare solo in quei luoghi.

Per me, come figlia, furono anni difficilissimi.

Fui contraria a lei, alle sue scelte, ai suoi viaggi, mi rendevo conto che il ruolo di madre non le si addiceva, che quella fase era finita e che secondo lei il suo dovere era stato svolto.

Non capii mai nulla di lei.

Era guerra aperta, non la sopportavo, non condividevo la sua indole di prima donna, i suoi viaggi pericolosi. L’abbandono che subimmo fu devastante.

Mancata mamma in casa piombò il vuoto.

Poi un giorno, le sue assenze aumentarono, dato che aveva deciso di comperare una casa a Damasco, per studiare o per vivere li: si chiamava  Beit Al Nur, la casa della luce.

Immagino che il suo cuore fosse spezzato in due; da una parte noi e le nostre vite e dall’altra parte il suo Io.

Scelse la sua vita e questo, come ogni decisione e come ogni guerra, salva i vincitori ma semina vittime e feriti.

Se oggi siamo delle donne pensanti e indipendenti è anche perché abbiamo passato le nostre piccole grandi tragedie; ma questa è la vita, e oggi, che so qualcosa in più, mi rendo conto che non mi resta che ringraziare per tutto questo: un dono che la vita mi ha portato. Senza queste ferite non mi sarei aperta all’ invisibile, non avrei lavorato su di me in tale profondità come oggi invece faccio.

Tornando a Damasco.

Mamma negli anni seguenti viveva più là che qua e d’estate le sorelle andavano a trovarla trasferendosi per due mesi da lei. Io no, andavo in giro per il mondo con il mio fidanzato e passavo a salutarle per un periodo di massimo una settimana.

Devo ammettere che con il tempo, poco alla volta, mi rendevo conto che quei luoghi erano davvero magnetici.

Oltre ad essere patria dei migliori specialisti del mondo, oculisti, dentisti, chirurghi estetici, era il paradiso delle donne. Parrucchiere e manicure quotidiano, hammam, massaggi e lettura di fondi del caffè erano le attività primarie dei miei soggiorni damasceni. Se penso poi ai viaggi, ad Aleppo con le sue alte e indistruttibili mura, che hanno dominato le colline sottostanti per secoli, a Palmira e alle sue colonne, al deserto dove rimasi con mamma bloccata per due giorni, mi sembra di parlare di un’altra vita, ed era solo il 2002.

Pare quasi un sogno pensare che il grande Medio Oriente noi lo abbiamo conosciuto, lo abbiamo respirato e che abbia fatto parte delle nostre brevi vite, nel bene e nel male.

Ci sono ricordi che ognuno porterà nel cuore e che sarebbero troppo difficili da spiegare, semplicemente perché sono stati degli anni incredibili, misteriosi e complessi allo stesso tempo.

La guerra ha devastato tutto passando come uno tsunami e radendo al suolo la storia, i ricordi e le vite di un popolo cosi antico e potente da non conoscere eguali.

Oggi resta solo un mucchio di cemento ridotto in macerie e continui devasti in un territorio che non conosce pace da oltre nove anni, nove anni di una guerra assurda. Alla fine ci chiediamo tutti se ne valga la pena, se queste guerre, se il potere in sé abbia un senso, se il devasto e la morte diano la risposta, se la sottomissione del più forte sul più debole debba ancora esistere. Forse, anzi di sicuro, questo mondo, il nostro mondo, non potrà durare molto. Lo sappiamo tutti, ma facciamo finta di niente. Questa è la vita.

Continua…

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